Il peso dell’anima
    Come quasi ogni mattina si svegliò, si alzò dal letto, preparò il caffè, lo bevve, andò in bagno, fece i suoi bisogni, si lavò e si sedette sul divano. Sul divano si mise a pensare. Poteva restare sul divano a pensare per giorni interi.
    Quel giorno si accorse che non aveva mai pensato all’anima. La cosa non gli era mai passata per la testa. Mai e poi mai. Un sacco di signori ci avevano passato la vita sopra. Un motivo ci sarà, pensò. C’era gente che ci aveva rimesso la pelle. Doveva valere la pena, pensò. Soprattutto avendo davanti una bella giornata di canicola, un divano e un paio di mutande.
    Malgrado le apparenze, teneva molto, quando pensava, a procedere in modo scientifico. Quindi prima di mettersi a pensare all’anima, effettuò una serie di misurazioni per annotare le condizioni precise del suo esperimento di pensiero. Sulla stanza aveva già sufficienti informazioni. La finestra era rimasta chiusa. Da sotto la porta, prese il giornale che la portiera aveva lasciato e che continuava miracolosamente a ricevere per un abbonamento promozionale fatto anni prima. Ritagliò la pagina “il tempo oggi” in cui c’era data e tutto il resto e l’attaccò in una pagina del suo quaderno dei pensieri in cui aveva scritto soltanto “l’anima”. Dell’ora aveva un’idea sufficientemente approssimativa.
    Non restava che verificare il peso. Quindi andò in bagno e si pesò. Settantadue chili e cento grammi. Eccellente. Annotò il peso nella pagina del quadernetto. Si mise comodo nel divano e cominciò a pensare all’anima. Pensò che dovesse essere una specie di pezzo di carne. Un pezzo di carne nascosto in qualche piega di altra carne. Una specie di cuore. Una specie di cuore che si poteva staccare dal resto del corpo, si può tenere tra le mani e guardare. Gli avevano parlato di queste cose al catechismo. Pochi ricordi. Un odore di chiuso. Tanti bambini di cui non ricordava né nomi né visi. Non divagare, pensò. Nella polvere c’è sempre una certa leggerezza.
    Forse la questione dell’anima era genetica: alcuni nascevano con questa cosa, altri senza. Alcuni così erano convinti fermamente dell’esistenza dell’anima, mentre altri non potevano proprio capire. Lui doveva essere tra quelli nati senza. La menomazione gli sembrò ingiusta. Poteva recuperare con l’esercizio. Rimase un paio d’ore seduto sul divano senza muoversi e quasi senza pensare. Appena qualche pensiero di sfuggita. Al termine delle due ore decretò di avere un’anima. Un’idea sommaria, ma l’aveva. Allora si alzò, andò in bagno e si pesò. Settantadue chili e trecento grammi. Lo annotò e andò nuovamente a sedersi sul divano. Aveva in effetti un peso allo stomaco. Se quella era l’anima, assomigliava ad un’indigestione. Sentì anche una specie di angoscia o di senso di colpa o qualcosa del genere. Niente di buono. Allora pensò che se fino al quel momento aveva serenamente vissuto senza un’anima, avrebbe potuto benissimo continuare a farne a meno. Temeva che se quella cosa fosse restata nel suo stomaco si sarebbe gonfiata come un palloncino. Provò a vomitare. Niente. Passò un paio d’ore quasi senza pensare. Appena qualche pensiero di sfuggita. E decretò la fine della sua anima. Si sentì più leggero. Ritornò ancora in bagno, si pesò e, come prevedibile, il suo peso era di settantadue chili e cento grammi. Forse aveva fatto una scoperta sconvolgente. Nei giorni che seguirono ripeté l’esperimento diverse volte e con risultati alterni.
    Se avesse trovato o meno il pesò dell’anima, non lo capì neppure lui. L’unica cosa che pensò è che in fondo era stato saggio e fortunato a pensare all’anima e non a cose come l’infinito o Dio. Il suo corpo non avrebbe retto certi sbalzi. Dal sublime al ridicolo il passo è breve.