Fuga n° 1
Sembravano messe lì apposta. Anche il pacchetto di sigarette. Colore giusto, marca giusta. In qualche modo tutto al suo posto. Sarò rimasto almeno tre minuti a guardare il sacchetto blu, le scarpe e il pacchetto accartocciato depositati sul marciapiede accanto al portone di casa mia. Non so bene il perché. Come se ci fosse un mistero da svelare. Un indizio di una storia di cui non so né inizio né fine. Chissà dov’è finita questa donna senza scarpe. Forse aveva soltanto male ai piedi. Forse no. E si è dovuta cambiare di gran fretta. E lasciare queste scarpe da segretaria per qualcosa di più seducente. Alzo gli occhi e cerco nelle facciate dei palazzi qualche finestra dall’aria ambigua, dietro la quale potrebbe stare la donna senza scarpe che gioca a far vedere e non vedere. Io non vedo niente. Alle dieci del mattino di domenica, non ci sono finestre dall’aria ambigua. Si potrebbe fare di tutto la domenica mattina, e nessuno se ne accorgerebbe. Avrei voglia di prendere le scarpe. Appunto, nessuno mi vedrebbe. Potrei prendere le scarpe e lasciare un biglietto per chi fosse interessato a recuperarle. Non lo faccio. Non ho carta e penna. Mi sono detto mille volte di portare sempre con me carta e penna. Possono sempre servire. Salgo a casa e mi preparo un caffé. Lo bevo alla finestra e guarda se succede qualcosa in strada. Niente. Dieci e dieci del mattino di domenica e nulla presagisce rapidi mutamenti. La dirimpettaia settantenne apre la finestra e sbatte la scopa. Non può essere lei la donna senza scarpe. Per quanto esca spesso con degli occhiali da diva degli anni Cinquanta. Poi una ragazza ancora in pigiama scosta un poco la tenda, sbircia, mi vede e richiude di scatto. Lei la conosco. È una ragazza magra magra che se ne sta sempre in casa in pigiama. Ho provato anche a salutarla, una volta o due. Sento il suo viso imbronciarsi e vedo sempre la tenda chiudersi di scatto. Non può essere nemmeno lei la donna senza scarpe. È così priva di fascino che se anche fosse lei, non mi interesserebbe più la storia. Finisco il caffé e mi metto a fumare. Esce dal portone la famosa signora bionda. L’avrò vista mille volte almeno. Mattina o pomeriggio, è sempre vestita di nero, con una certa eleganza. Sempre occhiali neri. Ha trovato la sua cifra e la mantiene ad ogni costo. Cammina bene. Percorre il marciapiede di fronte al mio. All’altezza del mio portone getta un’occhiata in direzione delle scarpe abbandonate. Almeno così mi sembra. E prosegue dritta fino a svoltare l’angolo della strada. Io continuo a fumare. Troppo poco uno sguardo. Non significa niente. Eppure le scarpe e il resto combacerebbero. Dopo dieci minuti rieccola. Ha comprato qualcosa dal droghiere che sta aperto la domenica mattina. Ali si chiama, o almeno così si fa chiamare per comodità. Comunque lei ha in mano un sacchetto blu proprio come quello in cui erano le scarpe. E con questa, fanno due coincidenze. A questo punto io ho solo due cose da fare: o restare tutto il giorno alla finestra a cercare altri minimi dettagli oppure farmi i fatti miei. E magari immaginare che la donna senza scarpe avesse soltanto voglia di un pediluvio in acqua di mare. A volte non c’è niente di meglio. Così ho chiuso la finestra, mi sono tolto le scarpe, ho preso una bacinella d’acqua calda, mi sono seduto sul divano e sono rimasto un bel po’ coi piedi a mollo per rinfrescarmi le idee.